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La terza pista a Malpensa distruggerà il Parco del Ticino?
Per l’Expo Milano 2015 già fervono i preparativi, anche non sempre essi sono esattamente sostenibili come la decisione, comunicata pochi giorni fa, di permettere la costruzione di una terza pista a Malpensa finalizzata a raddoppiare il traffico aereo. Allungandosi nella zona est dello scalo, incrementando l’attuale superficie aeroportuale di un terzo grazie alla concessione di territori del demanio militare alla Sea – la società di gestione degli aeroporti milanesi, la terza pista si avvicinerà pericolosamente al Parco del Ticino, dichiarato “Riserva Naturale della Biosfera” dall’Unesco. Spazzando via molte delle sue 4.932 specie censite.
Più in dettaglio, l’area individuata è quella di Gaggio, 330 ettari di brughiera e verde incontaminato che fungono da importantissimo corridoio ecologico per la biodiversità. Intanto, comuni – non solo quelli limitrofi -, privati cittadini e associazioni ambientaliste, in particolare il Fai – Fondo per l’Ambiente Italiano – e il WWF sono già sul piede di guerra. Da più parti, e a buon diritto, si lamenta il senso di una decisione frutto più di un piano industriale che di una valutazione ambientale. Le cittadine a ridosso dell’area non potrebbero gestire un aumento del traffico senza addivenire alla costruzione di nuove strade a scorrimento veloce e, nonostante le promesse dei vertici politici, l’aumento dell’inquinamento atmosferico e acustico non potrebbe essere contenuto entro limiti “accettabili. Occorre al più presto mettersi al lavoro sulla VAS (la Valutazione Ambientale Strategica) che potrebbe fare chiarezza sull’impatto ambientale complessivo dell’opera sul territorio. Ma per molti, non è necessaria un’indagine approfondita per valutare i rischi di un ampliamento insensato come questo… Dall’altra parte, WWF e FAI si sono uniti per portare avanti una serie di proposte semplici e concrete che possano fungere da soluzione alternativa alla terza pista:
la creazione di collegamenti più efficenti tra gli scali di Malpensa, Linate, Orio al Serio; la correzione all’errore strutturale che non permette alle due piste in uso di funzionare simultaneamente; lo studio di un piano indirizzato verso un’ efficente e continua sinergia tra gli aeroporti dell’intero Nord Italia e, infine, ricontrattare il traffico dei carico merci per permettere maggiori quote di trasporto passeggeri
Secondo Giulia Maria Mozzoni Crespi, il presidente onorario del fondo per l’ambiente italiano,
Se si costruisse la terza pista di Malpensa, la pressione dell’inquinamento e del rumore diventerebbe una morsa sull’intero Parco del Ticino che è l’unico corridoio ecologico rimasto integro in alta Italia. Sarebbe un danno incalcolabile perché distruggerebbe un paesaggio di straordinaria bellezza che è anche una fonte di ossigeno e di ricreazione psicologica per tutta la Lombardia.
Forse, più romanticamente, basterebbe domandare al Martin Pescatore, inesausto amante del Parco del Ticino, se la soluzione dell’ampliamento dello scalo aeroportuale sempre più a ridosso del “suo” fiume possa essere sostenibile o no.. E sappiamo già cosa risponderebbe questo simpatico uccello…
Foto | Flickr
Pesticidi nel piatto 2010: Agrofarma smentisce tutto

Agrofarma Federchimica si dichiara “stupita” dal rapporto Pesticidi nel piatto di Legambiente. Secondo il rapporto, presentato pochi giorni fa, sarebbero in crescita sia i campioni di ortofrutta contaminati da pesticidi sia la pericolosità delle sostanze utilizzate in agricoltura, con un ritorno (fortunatamente su un unico campione ma comunque inquietante) del DDT.
Secondo l’associazione di categoria dell’industria agrofarmaceutica, però, i dati di Legambiente sarebbero smentiti da quelli ufficiali:
In relazione a quanto emerso dalla conferenza stampa di Legambiente, Agrofarma-Associazione nazionale imprese agrofarmaci, che fa parte di Federchimica, esprime la propria sorpresa nel constatare come Legambiente smentisca le valutazioni delle autorità competenti preposte al controllo. In Italia le produzioni agroalimentari sono estremamente controllate e le rigorose verifiche effettuate su migliaia di campioni forniscono un quadro del tutto rassicurante per il consumatore che smentisce i toni allarmistici diffusi da Legambiente
Agrofarma, poi, entra nel merito e critica le conclusioni di Legambiente. In particolare per quanto riguarda la presenza di campioni con residui multipli, cioè residui di più sostanze chimiche nello stesso prodotto:
Per quanto riguarda la possibile presenza di residui multipli, esaminata da molti scienziati in tutto il mondo e da molte autorità, ad oggi non esiste alcuna evidenza scientifica che dimostri l’esistenza di un effetto additivo o addirittura potenziante dei residui multipli, quando questi sono presenti ai livelli riscontrati negli alimenti. Gli esperti della Fsa per esempio, l’agenzia per la sicurezza alimentare del Regno Unito, si sono più volte interessati al problema dei residui multipli ed hanno concluso che non c’è motivo di supporre che essi rappresentino una minaccia per la salute dell’uomo
In chiusura, l’industria del fitofarmaco si toglie un sassolino dalla scarpa e torna a parlare della moria delle api che ha portato, circa due anni fa, al divieto di utilizzo dei neonicotinoidi:
Per quanto riguarda la moria delle api, si ricorda che i neonicotinoidi, gli agrofarmaci ritenuti responsabili del fenomeno, sono stati sospesi da quasi due anni e ciò non ha comportato una diminuzione della moria, come riconosciuto in diverse occasioni dalle stesse associazioni di apicoltori
Tra Legambiente e Agrofarma, quindi, la guerra sembra che non sia destinata a finire a breve.
Via | Agricolturaonweb
Foto | Flickr
L’ombra della corruzione si allunga sull’IWC mettendo a rischio la vita delle balene
Ieri ha avuto inizio, ad Agadir in Marocco, uno dei più importanti consessi internazionali per la tutela degli ecosistemi marini con la riunione presso la Commissione baleniera internazionale (IWC) di 88 Paesi che, entro venerdì, avranno la possibilità di decidere se salvare le balene oppure porre le premesse per una caccia indiscriminata effettuata anche nelle gelide acque artiche, vitale santuario per la riproduzione e la vita dei grandi cetacei.
Com’è noto, dal 1986 esiste una moratoria precisa sulla caccia alle balene che, dopo lo sterminio di inzio ‘900 è servita alemeno a dare un pò di tregua ai giganti del mare.. A patto che rimanessero il più lontano possibile dalle rotte di Giappone, Islanda e Norvegia rei di aver clamorosamente aggirato il divieto “inventando” la pesca a fini scientifici senza che mai nessuna reale sanzione venisse mossa contro di loro. In questi giorni, ad Agadir, il paradosso è di scena: la triade delle Nazioni “canaglia” che non ha mai rispettato le regole internazionali e che ha ucciso almeno 35 mila balene potrebbe vedersi riconosciuto, molto presto, il diritto alla caccia anche in alcune riserve marine…. Secondo la Commissione, infatti, garantire per 10 anni la mattanza di uno quota fissa di cetacei (tra cui anche la megattera, da poco scampata miracolosamente all’estinzione ma ancora molto rara e a rischio) servirebbe proprio a ripopolare gli oceani di queste grandi creature. Ma anche ammettendo questa ipotesi: perché mai Stati che non hanno fatto nulla per rimanere nei limiti della legalità, a seguito di un contentino, dovrebbero cambiare atteggiamento? E perchè, allora, altri Paesi non dovrebbero adeguarsi o rivendicare la possibilità di fare altrettanto?
Intanto, l’ombra della corruzione si allunga inesorabile sul vertice tanto che, nei giorni scorsi, il Sunday Times aveva pubblicato una serie di articoli denuncia documentando casi di reiterata corruzione da parte del Governo Giapponese verso le Nazioni più piccole e povere dell’Iwc (Guinea, Grenada e Tanzania, fra gli altri). Denaro contante in cambio del loro “sì” all’abolizione della moratoria. Inoltre, parrebbe anche che un noto tycoon nipponico avrebbe pagato in anticipo il “salato” conto dell’albergo marocchino al vicepresidente della Commissione, Anthony Liverpool, commissario di Antigua. All’apertura dei lavori, di conseguenza, la tensione acculmulata è esplosa, con i Paesi occidentali – Australia in testa – tra i più agguerriti per sostenere il mantenimento del divieto alla caccia anche in considerazione dei riflessi economici che, nelle economie di molti di loro, assume il Whale Watching, meravigliosa pratica di osservazione delle balene in mare… Intanto, almeno ufficialmente, per garantire un dialogo sereno,la Commissione ha deciso che gli incontri proseguiranno per due giorni a porte chiuse in modo che sia facilitato il raggiungimento di un “accordo” tra le parti… In questo modo, in realtà, le decisioni paiono già prese…. Greenpeace, intanto, ieri ha protestato esibendo a Roma, in pieno centro, una balena gonfibile di 15 metri, all’urlo de “Le Balene non sono in vendita” appoggiata da tutte le altre associazioni ambientaliste ormai sul piede di guerra…
L’ombra della corruzione si allunga sull’IWC mettendo a rischio la vita delle balene
The toxic ships: inchiesta di Greenpeace sulle navi dei veleni
Vi ricordate la storia delle navi dei veleni? Dopo i dubbi sollevati dal WWF in merito alla gestione della vicenda, ora anche Greenpeace torna all’attacco.
E lo fa con un’inchiesta (The toxic ships, pubblicata oggi anche dal settimanale L’Espresso) nella quale si ipotizza un grosso giro di affondamenti pilotati di navi cariche di rifiuti tossici o radioattivi. Le navi, secondo Greenpeace, partono dall’Europa, Italia compresa, fanno giri tortuosi per poi arrivare nei porti dell’Africa, specialmente in Somalia, dove improvvisamente “spariscono”.
Scottante, poi, l’ipotesi di Greenpeace sull’affondamento del Cunski che, dopo una serie di indagini condotte dal governo italiano si è rivelata essere la nave passeggeri Catania:
Ci sono indicazioni chiare che il Ministero britannico della Difesa abbia offerto al governo italiano mezzi e personale qualificato per effettuare le ricerche sottomarine a un prezzo inferiore rispetto a quello proposto da Mare Oceano, di proprietà della famiglia Attanasio, che ha effettuato l’operazione. Perché l’offerta britannica è stata rifiutata? Quali sono i termini del contratto della Mare Oceano? Non ce lo dicono! Sappiamo, però, che Diego Attanasio è coinvolto nel caso “Mills-Berlusconi”
Che si tratti di indizi, o di mere speculazioni, una sola cosa è certa: il capitolo navi dei veleni non è affatto chiuso come sembrava.
Guarda le foto delle navi dei veleni in Somalia
Scarica l’inchiesta The toxic ships
Via | Greenpeace
Foto | Greenpeace
The toxic ships: inchiesta di Greenpeace sulle navi dei veleni
Il fascino del carbone: la strana riconversione della centrale Enel di Rossano

Mentre tutta Italia viaggia verso la conversione delle vecchie centrali elettriche, trasformandole in impianti a ciclo combinato a gas naturale, l’Enel in Calabria decide di puntare tutto sul carbone. Ma, poichè non ha il coraggio di dirlo, parla di “policombustibile”.
E, per policombustibile, Enel intende carbone (pulito, che te lo dico a fare…), gas naturale, biomassa e solare termodinamico. Tanta roba, per una centrale sola e, come al solito, il diavolo è nei dettagli: quanto carbone e quanto tutto il resto?
Secondo Legambiente e il comitato del no si parla di almeno l’80% di carbone. Poli mica tanto, quindi…
Ma la cosa più strana di questa faccenda è che la centrale di Rossano ha già subito una riconversione negli anni passati: nel 95-96, infatti, quattro degli otto gruppi produttivi (per un totale di circa 450 MW) sono stati convertiti a gas naturale. Con gli altri quattro gruppi già a metano si arriva ad un totale di 1.700 MW.
A Rossano, però, gira voce che la centrale costa troppo e che Enel la faccia funzionare a singhiozzo per pochi giorni al mese. Ecco, quindi, l’opzione del carbone, travestito da policombustibile, che abbatterebbe i costi di esercizio.
Tutti i dettagli della riconversione verranno spiegati domani sera in piazza dal comitato del sì, perchè ci sono anche i favorevoli e il paese è diviso: il sindaco, ad esempio, ha definito la proposta dell’Enel “inaccettabile” mentre secondo il presidente regionale calabrese dell’Anci, Salvatore Perugini (che è sindaco di Cosenza) “non può esserci contraddizione né contrapposizione tra ecosostenibilità dello sviluppo ed occupazione”.
Confindustria, ovviamente, è a favore della conversione a carbone mentre presidenti delle associazioni dell’artigianato, del commercio e dell’agricoltura della provincia di Cosenza, Casartigiani, CNA, Confartigianato Confcommercio e Coldiretti temono forti ripercussioni sull’economia agricola della zona.
Da ricordare, infine, che non si tratta del primo progetto di centrale a carbone in Calabria: pochi mesi fa, infatti, ha tenuto banco la questione Saline Joniche.
Via | Enel, Pagina Aperta, Quotidiano della Calabria, Sibari Net
Foto | Flickr
Il fascino del carbone: la strana riconversione della centrale Enel di Rossano
La Lipu chiede più criterio nella concessione di licenze per l’energia eolica
Pochi giorni fa, era stato il WWF a esprimere viva perplessità per la proliferazione dell’eolico in aree di particolare pregio naturalistico. Oggi, spetta alla Lipu – Bird Life Italia chiedere di utilizzare più criterio nella scelta dei “campi del vento” e nella concessione delle licenze. Infatti, secondo la nota associazione, l’Italia tra impianti eolici attivi (4.845 megawatt a fine 2009), autorizzati (altri 7.674 megawatt) e pareri ambientali positivi può contare su oltre 11mila megawatt raggiunti, però, sulla base di
una sostanziale improvvisazione e senza che vi sia mai stata un’effettiva programmazione o analisi preventiva da parte dello Stato o delle Regioni
Inoltre, rincara la Lipu, il rapporto costi – ricavi degli impianti in buona parte dei casi analizzati sul territorio penderebbe decisamente a favore del primo parametro soprattutto in considerazione delle perdite connesse al paesaggio e alla biodiversità mentre, il contributo dell’eolico sul fabbisogno energetico nazionale complessivo sarebbe solo pari all’1.5%. Per quest’ordine di motivi, pertanto, la Lega Italiana Protezione Uccelli, chiede che vengano precisati e imposti maggiori limiti per l’allestimento delle pale eoliche in un’ottica di medio-lungo termine e in linea con i parametri europei.
Foto | Flickr
La Lipu chiede più criterio nella concessione di licenze per l’energia eolica
Pet Coke, l’anomalia italiana. Intervista esclusiva a Saverio Di Blasi di Aria Nuova Gela
Cos’è il Pet Coke? Me lo spiegò tempo fa un dirigente di Legambiente: “è quel che resta in fondo al barile dopo aver tratto dal maiale petrolio tutto quello che è possibile”. In pratica è uno scarto di lavorazione del petrolio, che andrebbe smaltito a norma di legge come rifiuto speciale altamente inquinante.
O, almeno, così è nel resto del mondo, ma non in Italia dove, nel 2002, il governo Berlusconi per decreto trasformò la denominazione del Pet Coke da “rifiuto” in “combustibile”. E, se è un combustibile, si può bruciare in centrale elettrica per produrre energia.
Lo si fa a Gela, all’interno della centrale termoelettrica dell’Eni.
Saverio Di Blasi è la persona che, da dieci anni, cerca di eliminare questa anomalia tutta italiana. Con risultati a volte positivi, a volte negativi, come nel caso del decreto governativo. Oggi è in attesa di una sentenza della magistratura gelese che ha il dossier Pet Coke sul tavolo dal 2005.
Nel frattempo ignoti malviventi gli hanno bruciato la macchina. Tre volte…
Pet Coke, l’anomalia italiana. Intervista esclusiva a Saverio Di Blasi di Aria Nuova Gela
Eolico, per l’Ewea un 2010 da record in Italia e Francia

Giusto oggi l’European Wind Energy Association (Ewea) ha diffuso le sue previsioni per il 2010 sulle vendite di turbine eoliche nel vecchio continente. Dati positivi, che vedono una crescita complessiva per l’Europa di circa 10 GW di potenza installata entro la fine dell’anno.
Alcuni paesi salgono e altri scendono: Francia e Italia, in particolare, dovrebbero crescere di circa un GW ciascuna; buona la performance anche per Romania e Bulgaria e, infine, per l’Inghilterra anche se più off shore che on shore. Come era facile prevedere, la Germania sarà il mercato migliore per l’industria eolica nel 2010.
Diminuisce il trend, invece, la Spagna. Ma non è poi così strano pensando che negli anni passati tutta la penisola iberica è stata caratterizzata da uno sviluppo dell’eolico fin troppo repentino, culminato nel famoso black out dovuto ad un imprevisto (anche se prevedibilissimo) eccesso di produzione.
Mondiali Sud Africa 2010: i maxi schermi LCD per goderseli consumando meno energia

Con l’inizio dei mondiali di calcio in Sud Africa è scoppiata la corsa all’acquisto del maxi schermo televisivo. Tutti, se posso permetterselo, vogliono godersi i mondiali su un televisore nuovo, bello e grande.
Dalla Germania, però, arriva un avvertimento: la maggior parte dei televisori LCD venduti in queste ultime settimane consuma uno sproposito e, alla fine del campionato quando arriverà la prima bolletta, i consumatori se ne accorgeranno.
Lo pensa il Bund, cioè la Federazione tedesca per l’ambiente, che però, oltre all’allarme, ha diffuso anche l’informazione: una bella lista di televisori di grande dimensione, corredata dai dati tecnici minimi per distinguere le varie tecnologie implementate (si consigliano i Tv a Led, evitando in ogni caso le dimensioni titaniche), prezzi e consumi reali.
La lista (che trovate a questo indirizzo) ha una caratteristica positiva e una negativa: quella positiva è che è aggiornata ai primi di giugno, quindi niente prodotti vecchi o scarti di magazzino; quella negativa è che è tutta in tedesco.
Le tabelle, però, sono abbastanza comprensibili e la lista fa il suo lavoro anche se non si conosce la lingua. Se non avete già comprato un maxi schermo per guardare i mondiali e intendete farlo, ma avete un occhio di riguardo per il risparmio energetico e l’ambiente, dare uno sguardo ai consigli del Bund potrebbe essere una buona idea.
Via | Terranauta
Foto | Flickr
Mondiali Sud Africa 2010: i maxi schermi LCD per goderseli consumando meno energia
WWF Caserta – COASCA: il termovalorizzatore non è la soluzione. La strada giusta è ridurre i rifiuti
Ill. On. Domenico Zinzi Presidente della Provincia di Caserta p.c. All’Assessore all’Ambiente Prof. Umberto Arena Illustre Presidente, il WWF provinciale di Caserta con il Coordinamento delle Associazioni Casertane – Co.As.Ca.-, del quale è componente, ha redatto il presente…
Tags: raccolta differenziata domenico zinzi provincia di caserta wwf italia
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